Politica e Informazione
di Giancarlo Pichillo
L’oceano che ci si prospetta davanti quando si tenta di formulare una discussione su un tema importante come L’Informazione rende abbastanza problematico l’approccio per chi, come me, non ha mai potuto interessarsi al problema, se non, come tutti, sul campo. A me, però, non interessa, qui e ora, indagare il problema dell’informatore, dei flussi di informazione sul campo e del tipo di notizia che l’informatore scambia con noi antropologi in missione per conto del nostro curriculum (per ora, poi sarà il conto in banca o alla posta). Sono certo che Geschiere, i nostri docenti e molti tra noi dottorandi sapranno parlare di questa tematica meglio di quanto io possa fare. Sarei, invece, molto più incline a discutere di un atteggiamento, oggi maturo, di “disinformazione dell’atto informativo”. Vista nell’ottica di chi teorizza una privatizzazione degli stati post-coloniali (ma credo valga anche per le democrazie “occidentali”) -ovvero quel processo con cui lo Stato ha delegato a privati (spesso presenti nelle istituzioni nazionali di governo) attività fondamentali di mantenimento e riproduzione del rapporto con i cittadini (si pensi alla sicurezza, alla sanità, e alla polizia)- la cassa di risonanza fornita dai media ci da’ modo di leggere i campi del potere in competizione all’interno delle singole arene politiche. L’esempio della rinuncia del Papa a presenziare all’inaugurazione dell’anno accademico è un esempio lampante di disparità di forze in campo a livello politico, con conseguente traslazione sul piano mediatico. Questo dovrebbe aiutare anche a capire il reale distacco del politico dalla società, fenomeno non si sa quanto recente, in realtà, ma oggi fortemente percepito a causa soprattutto del crollo dei partiti di massa, della vera differenziazione (ideologica?) tra le parti politiche in competizione e quindi della partecipazione al gioco elettorale. La circolazione delle informazioni è stata storicamente un elemento di libertà, di costruzione di soggetti identitari e di formazioni statuali (il ruolo della stampa così ben spiegato da Anderson); questo, però, avveniva in un contesto mondiale fatto di innumerevoli località, sicuramente non isolate, ma con traiettorie storiche fortemente identificabili. Inoltre, dove e quando sono intercorsi vincoli tra le trasformazioni di un dato territorio e altre località, la velocità dell’informazione rendeva il processo più lungo e forse più facilmente osservabile. La società liquida in cui viviamo, invece, rende lo spazio-tempo dell’informazione nullo: tutti sanno tutto in diretta, potenzialmente. Ecco allora che l’informazione diventa principalmente, ad un livello non più solo territoriale, ma anche governamentale, un elemento politico, di potere, di forza. Sia per il suo accesso, sia per il modo in cui si informa; non ultimo, per la tempestività con cui si può decidere di passare un’informazione. Può essere un male un eccesso di informazione? Esistono, credo, casi di sovra-informazione il cui unico effetto è quello di disinformare. Da aspirante africanista non posso non relazionarmi con i flussi di notizie dall’Africa, ma soprattutto sull’Africa, e sull’economia che queste notizie sussumono o nascondono, più o meno banalmente e platealmente. Un’economia dell’informazione, né più né meno. Quando applicata alla politica, quindi, l’informazione non è men che mai neutra: essa è creazione, potere costituente. Costruisce mondi e pratiche, e questa attività si palesa bene nel contesto africano, dove l’opera divulgatrice di missionari, viaggiatori e antropologi ha creato un mondo ed una disciplina, e li ha riprodotti. Il mondo dell’Altro costituisce la base per la costruzione dell’identità del medesimo, nelle parole di Valentin Mudimbe. L’antropologo africanista si ritrova così ad agire in un contesto fortemente alterato da un lessico che è ancora oggi in auge, ma che assume una rilevanza politica differente da quello usato dai suoi predecessori qualche decade fa, anche perché divenuto patrimonio comune. Che si parli di etnia o di Stato, di confini o di continuità spazio-culturali, di conflitti o di guerra, le informazioni che oggi circolano sul Continente sono traslazioni consumistiche di un gergo disciplinare, dunque limitante e costrittivo, che ha avuto un forte impatto politico nella storia dei rapporti tra Europa e Africa. Oggi la storia continua, si riproduce. Di fronte ad una sensibilità popolare accresciuta verso i problemi della povertà e della marginalità -problemi tornati indietro come un boomerang a causa dei flussi di esseri umani, molto più che delle poco tangibili informazioni- i media e la politica faticano (non vogliono) ad abbandonare un pietismo ipocrita, che cela malamente un bisogno di espansione non più territoriale, ma di mercato, o meglio di consumo. Il problema grave, allora, sta nella privatizzazione “di massa” non solo degli organi di informazione, ma anche delle istituzioni cui lo Stato oggi, in Africa ma non solo, delega compiti sociali basilari. Quando una azienda privata come Benetton (ne abbiamo avuto modo di parlare anche nel nostro piccolo “club” di africanisti..) occupa tutti i giornali per la sua campagna di microcredito in Senegal, allora vi è un cortocircuito tale che solo la miopia della necessità di guadagnare consente di ignorare. Perché il microcredito è cosa buona è giusta, ma non se fatto da una azienda che sconvolge la produzione indigena di cotone, che si fa promotrice di un modello economico che non può esser retto parimente da stati e popolazioni che sono vincolate ad una estraversione perenne in virtù di una passata arretratezza militare e tecnologica, e, oggi, di accordi politico-finanziari i cui unici beneficiari sono le elites sempre più ristrette del mondo dell’alta finanza e della politica. Il palliativo del microcredito nasconde i meccanismi di espropriazione della ricchezza che riproducono la necessità del microcredito; inoltre, esso copre con la classica coperta corta i vuoti lasciati dallo stato. E qui torna il ruolo dei media di casa nostra, sempre attenti a neutralizzare il lato politico di queste azioni apparentemente umanitarie. Non parliamo poi del tanto citato libro di Veltroni, che assegna a un Dio le colpe tutte terrene di società storicamente esistite ed esistenti. Cosa può fare l’antropologo in questi casi? Credo che già occuparsi di capire come vengano impostati i discorsi e le pratiche locali di adozione, ri-appropriazione e resistenza alla modernità ed al capitalismo anarchico del XXI secolo siano ottimi punti di partenza per una critica del sistema che deve partire da dentro il sistema. Ma il punto è anche capire come si produce il consenso. Infine, in cosa consiste oggi, nelle parole di Agamben, l’agire politico? E l’antropologo politico può fare politica? Sicuramente un antropologo non è neutrale, sarebbe utopico e forse inutile. Ma la domanda è: possiamo noi, oggi, fare una politica dal basso che abbia valore Politico? Quali spazi d’azione ci lascia la nostra democrazia, che sta diventando simile a quella di tanti altri stati di altri continenti? La rappresentanza non ci rappresenta più. La partecipazione ci è data in piccole dosi perché bisogna sopravvivere, a meno che non si faccia parte del ceto dei privilegiati, degli uomini sacri cui è concesso di non lavorare, come nella teoria della formazione della stratificazione sociale (più o meno?). Allora, deleghiamo. Il potere è sempre altrove. Ma sappiamo tanto. Sappiamo tutto di tutti e di tutto. E non contiamo niente, perché ormai chi gestisce l’economia, e lo stesso Stato, possono relazionarsi a noi singolarmente. Non abbiamo più categorie di rappresentanza: i contratti di lavoro, soprattutto nei casi di lavori specializzati, si negoziano caso per caso; persino le tariffe telefoniche sono ormai personalizzate! Ci mettono al centro dell’attenzione, quando però ormai hanno cancellato lo stesso concetto di centro. Non c’è da sorprendersi, dunque, se anche l’informazione ci individualizza: dai cinegiornali alle news sul telefonino parecchia acqua sporca è passata sotto i ponti.

